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Stefano Bressani

Anatomia di una Battaglia, Orgoglio di una Città

Stefano Bressani è conosciuto in tutto il mondo per la sua arte, in particolare per le “sculture vestite”. Ma è anche l’artista che ha prestato la sua capacità per immortalare in un’immagine l’essenza della Battaglia di Pavia. 

Gli facciamo qualche domanda.


Come mai Stefano Bressani si è cimentato in quest’opera?

“Tutto nasce dall'approccio e dall'incontro con Giuseppe Fedegari. È stata una fortuna che Giuseppe si sia appassionato al mio lavoro. Per me era fondamentale che ci fosse una persona che potesse riconoscere i veri valori che ci sono dietro e che abbiamo condiviso. Io parto dal passato per andare nel futuro. Il mio dovere morale di artista è raccontare il presente partendo dalla storia e andando verso il futuro. L'esperienza dell'artista per me è pescare da tutti i cassetti della vita: la mia vita da artista è una cassettiera vuota da riempire ogni giorno, dato che il mio lavoro è imprescindibile dalla mia vita. Il vero valore aggiunto è l’incontro con le persone che mi aiutano a riempire questi cassetti, condividendo valore per l’opera che esce, come è stato in questo caso”.


Ci descriveresti quest’opera?

“Volentieri, amo molto filosofeggiare sul mio lavoro. Tanti si chiedono: l’arte va spiegata? Io dico di sì, avere un’interpretazione di chi la crea dà una interpretazione precisa e analitica. Poi è giusto che ognuno ci veda cose diverse. Un creativo ha idee, la tecnica si può insegnare. Quello che rende un maestro, un artista, non è la tecnica, ma la capacità di mettere la tecnica a servizio delle idee. Dunque, l’idea è stata di andare a fare un omaggio alla genesi del ricordo della battaglia. Sono partito dai personaggi raffigurati negli arazzi di Capodimonte, un documento oggettivo che racconta ciò che è avvenuto. Sono andato a pescare dalle immagini più pertinenti che la storia ci ha lasciato per poi contaminarle con il mio stile: dal passato al presente, estrapolando quello che è stato possibile aggiungere fra i personaggi chiave della battaglia. Lo storico Luigi Casali mi ha aiutato a capire a quali personaggi dare attenzione. Non ho lavorato su un gruppo, ma su personaggi singoli, presi uno alla volta e li ho reinterpretati secondo il mio stile cromatico. Poi li ho messi in ordine cronologico perché il tutto potesse avere senso. Parlare della battaglia non doveva esser il remake di ciò che è avvenuto, ma una reinterpretazione di ciò che è successo dopo: siamo partiti da un cane e siamo finiti con i francesi che scappano. Il cane accompagna la dama in rosso, come simbolo dell’aristocrazia del tempo e nell’arco dei personaggi c’è la scena dei francesi che sono stati sconfitti, c’è la presa del Re, cioè il momento clou. La scelta dei personaggi è stata ben mirata, grazie a Luigi Casali. Il fatto di avere estrapolato i personaggi è fondamentale, perché se non sei uno storico o un appassionato della Battaglia di Pavia, non è così semplice capire cosa succede in ogni singola scena. Il voler identificare i personaggi chiave per ogni singola scena divisa per i sette arazzi significa voler portare in luce gli avvenimenti chiave della battaglia. Ma l’effetto non finisce sui personaggi. Dietro c’è infatti lo skyline della città di Pavia, senza un ritorno topografico, in un ritratto sognante, trasformata in una quinta scenica spezzata in tre, in diverse tonalità di grigi. Ho voluto infatti inserire all’interno di questo cromatismo la gravità della guerra, anche dal punto di vista stagionale. Pavia è conosciuta anche per la nebbia, e queste picche alzate, nella mia immaginazione, volevo raffigurarle nel finire della concitazione della battaglia con la nebbia che accompagna i francesi a casa loro, facendo però presagire che il sole stia tornando.

Sono i due momenti dove fondamentalmente si ritrova il mio concetto di “unire attraverso i chiodi”, che per me sono un concetto, non una funzione meccanica. L’incoerenza è tenuta insieme dai chiodi. Quindi lo spot colorato dei personaggi insieme al fondale grigio cupo, che rappresenta la scena del teatro della battaglia, ma contestualmente anche la rappresentazione del cane dell’aristocrazia, poi la parte più povera dei figuranti per poi tornare alla parte ricca. Una parte resta, l’altra se ne va”.


Qual è il tuo legame con Pavia?

“Un’altra condivisione di intenti con Giuseppe Fedegari è proprio il legame con Pavia e il suo territorio. Mi è caro il mio territorio, perché reputo che chiunque percepisce e assorbe il territorio in cui vive e abita. Questo è l’elemento fondamentale di un buon substrato culturale e sociale.

La stessa opera di cui stiamo parlando fa parte di un mio progetto allargato, che si chiama “skultocity”, che lavora con le amministrazioni e i borghi più belli d’Italia con una residenza d’artista sostenibile: lavoro per il luogo, per trainare le persone nella mia città sapendo che è un progetto di una rete di altri luoghi e Pavia diventa hub di questa rete.

Nel 2016 ho ricevuto una benemerenza a Pavia, e ho sempre avuto il piacere di portare il nome della città nel mondo e avendo un forte legame con essa ho sempre lo stesso piacere di lavorare a progetti per Pavia, sebbene non sempre la burocrazia delle amministrazioni aiuti a portare a termine tutti i buoni propositi”.


Hai allora suggerimenti per l’amministrazione locale?

“Il mondo dell’arte merita sicuramente di avere più spazio nel palinsesto degli eventi organizzati dall’amministrazione. Occorrerebbe una maggiore sensibilità nel comprendere le diversità biografiche dei vari artisti presenti sul territorio per dare loro la giusta importanza. E questo non solo porterebbe lustro alla città, ma si renderebbe un efficace veicolo di marketing territoriale, per portare un turismo differente. Pavia ha un grande potenziale che spesso non è del tutto sfruttato”.


A cura di Paolo Gambi