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La guerra tra Francesco I e Carlo V

Il 24 febbraio 1525 l’esercito francese guidato da Francesco I di Valois, re di Francia, e quello imperiale comandato da Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, si scontrarono in una grande battaglia nell’antico Parco Visconteo che si distendeva a nord di Pavia.

La guerra tra i due sovrani più potenti d’Europa era iniziata nel 1521, dopo che Carlo d’Asburgo, già re di Spagna, era stato eletto imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica con il nome di Carlo V superando la concorrenza del rivale Francesco I.

Carlo V regnava già su Spagna, Italia meridionale, Sicilia e Sardegna, possedeva la Franca Contea, i Paesi Bassi e i domini ereditari degli Asburgo. Il nuovo imperatore voleva impadronirsi anche della Borgogna, che la Francia aveva annesso nel 1477, del Ducato di Milano e di Genova per collegare la Spagna con i Paesi Bassi e completare l’accerchiamento della Francia. Francesco I a sua volta mirava al Regno di Napoli e a sventare la minaccia imperiale. 

Il campo di battaglia principale fu costituito ancora una volta dall’Italia dove la Francia possedeva il Ducato di Milano e la Spagna il Regno di Napoli. 

La guerra fu da subito sfavorevole ai Francesi che persero il Ducato di Milano dove gli Spagnoli insediarono Francesco II Sforza, secondogenito di Ludovico il Moro. Nell’estate del 1524 gli Imperiali invasero la Provenza e assediarono Marsiglia. Tuttavia la città oppose una tenace resistenza, il re accorse in suo aiuto e gli assedianti furono costretti a ritirarsi. 

A metà ottobre del 1524 Francesco I scese in Italia alla testa di un potente esercito di oltre 30.000 uomini, deciso a riconquistare la Lombardia. Gli Imperiali, molto provati dalla campagna in Provenza, non disponevano di forze in grado di affrontare i Francesi in campo aperto. Decisero quindi di abbandonare l’indifendibile Milano e di ritirarsi oltre l’Adda lasciando però una forte guarnigione dentro Pavia. Essi contavano in tal modo di ritardare il rullo compressore francese e di guadagnare tempo per ricostituire un nuovo esercito. La difesa della città fu affidata ad Antonio de Leyva, un abile e risoluto soldato, fedelissimo a Carlo V, che aveva ai suoi ordini una forte guarnigione di circa 1.000 Spagnoli e 5.000 lanzichenecchi tedeschi. 

Come i comandanti imperiali speravano Francesco I, anziché inseguire e distruggere i resti del provato esercito imperiale come consigliavano i suoi comandanti più accorti, ascoltò il parere del suo grande amico e consigliere Guillaume Gouffier signore di Bonnivet, secondo il quale Pavia sarebbe caduta facilmente, e decise di impadronirsi prima di questa città per completare con il suo possesso la conquista del Milanese. 

Già capitale del Regno Longobardo e del Regno Italico, rivale di Milano fino alla metà del XIV secolo, sede dell’illustre “Studium Generale”, Pavia era la seconda città del Ducato. “Questa città è situata in tal maniera – scrive lo storico pavese Breventano nella sua “Istoria della antichità, nobiltà et delle cose notabili della città di Pavia – che rende di sé un dilettevole et meraviglioso spettacolo, et ha una bella prospettiva più che altra città che sia posta in un piano, et ha d’intorno uno eguale orizzonte…. Questo sito adunque della città per essere in parte dechino porge un gran diletto a riguardanti e specialmente a coloro che si trovano di là del Tessino… e rende di sé una bellissima prospettiva, si per la molto copia delle torri, tanto delle case private, quanto delle Chiese, le quali….erano in numero di più di centosessanta….” 

Sulla riva destra del fiume, su un’isola formata dal Ticino e da un suo ramo, il Gravellone, esisteva, il Borgo di S. Antonio, oggi Borgo Ticino, collegato alla città per mezzo del trecentesco Ponte Coperto. Se Pavia era molto bella era anche poco protetta perché circondata da deboli mura merlate medievali, alte e sottili, risalenti alla fine del XII secolo, intercalate da torri e da dieci porte. Per renderle in grado di reggere al tiro delle artiglierie francesi de Leyva le fece rinforzare con terrapieni e bastioni in terra e legno; fece inoltre costruire linee di difesa interne nei punti più pericolosi nel caso gli assalitori fossero riusciti a superare le mura. 

Sul lato nord di queste ultime si trovava, come ora, il Castello Visconteo, magnifica e solida costruzione a pianta quadrata voluta da Galeazzo II Visconti nel 1360. 

La popolazione della città, colpita dalla peste che aveva fatto numerose vittime e abbandonata da molti abitanti che si erano rifugiati in campagna o in altre città, contava in quel momento circa 10.000 anime. Ad esse si aggiungevano i 6.000 soldati di guarnigione e alcune migliaia di civili, in gran parte donne, al loro seguito; in tutto possiamo forse calcolare un totale di almeno 18.000 bocche da sfamare.

Il Parco Visconteo

A nord del Castello, partendo dalle mura di Pavia, si estendeva fino a quasi lambire la Certosa il grande Parco Visconteo (il Barcho). La sua realizzazione era stata iniziata da Galeazzo II Visconti dopo la conquista di Pavia e portata a termine dal figlio Gian Galeazzo. Il Parco, destinato in origine soprattutto alle battute di caccia, era circondato da un solido muro di mattoni alto circa 2 metri e mezzo e spesso 40cm, con un perimetro di 21 chilometri. Era diviso nel Parco Vecchio e nel Parco Nuovo da un muro che correva dal Cantone delle Tre Miglia, a ovest, a Due Porte, a est. Quasi al centro del Parco Vecchio si trovava, come al giorno d’oggi, il castello di Mirabello, in realtà un magnifico palazzo di caccia fortificato protetto da un fossato. Alcuni piccoli insediamenti e cascine erano sparsi per il Parco, tra cui la cascina Repentita, quasi addossata al lato sud del muro divisorio, nel tratto tra Porta Roveri e il Cantone delle Tre Miglia. 

La superficie del Parco, ondulata e in parte ricoperta da boschi, era tagliata da numerosi corsi d’acqua, il più importante dei quali, la Vernavola, nasceva, come oggi, nel Parco Nuovo, scendeva con un alveo incassato verso sud attraversando il Parco Vecchio in tutta la sua lunghezza per poi uscirne poco prima di Pavia, girare verso est e gettarsi nel Ticino a valle della città.

L’assedio di Pavia

I Francesi arrivarono sotto le mura di Pavia alla fine del mese di ottobre. 

La componente di spicco dell’esercito di Francesco I era la cavalleria pesante nobiliare, la gendarmeria. La fanteria d’urto era costituita da picchieri svizzeri e dai lanzichenecchi della Banda Nera. Vi erano inoltre numerose compagnie di fanti francesi, di avventurieri italiani e di cavalieri leggeri. Si trattava in tutto di circa 28.000 uomini con un parco d’artiglieria di circa 60 cannoni di vario tipo. 

Le truppe svizzere si accamparono a est di Pavia, nella zona detta delle Cinque Abbazie per la presenza dei monasteri di San Pietro in Verzolo, San Giacomo, Santo Spirito, San Paolo, e Sant’Apollinare, Francesco I ed Enrico II d’Albret re di Navarra alloggiarono nell’abbazia di San Lanfranco, la Banda Nera, la formazione composta da lanzichenecchi al soldo francese, si dispose a ovest, presso la basilica di San Salvatore (l’odierna San Mauro), reparti di italiani e francesi occuparono la riva destra del Ticino, a sud; una parte dell’esercito si accampò all’interno del Parco Vecchio. 

Nei primi giorni i Francesi, convinti di prendere la città facilmente, lanciarono subito una serie di assalti, che furono però tutti respinti. 

Contrariamente a quanto aveva previsto Bonnivet l’assedio si prolungò nei mesi invernali, senza che Pavia desse alcun segno di cedimento mentre le sortite dei difensori, i disagi, l’inclemenza del tempo, con la neve, i venti gelidi e il freddo penetrante, provocavano molte perdite tra gli assedianti. 

Nel mese di dicembre, Giovanni de’Medici si unì, con 2.500 uomini delle sue Bande, all’esercito di Francesco I.

La controffensiva imperiale

Gli Imperiali avevano intanto formato un nuovo esercito con le truppe arrivate dalla Germania costituito da circa 800 cavalieri pesanti, 12.000 lanzichenecchi tedeschi, 6.000 fanti spagnoli, 3.000 italiani e 1500 cavalieri leggeri. Comandante di questo esercito era il viceré di Napoli, Carlo di Lannoy, coadiuvato da Carlo III di Borbone-Montpensier, ex-conestabile di Francia, e da Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara. 

Il 24 gennaio 1525 gli Imperiali si misero in marcia alla volta di Pavia. Alla notizia del loro arrivo i Francesi spostarono gran parte delle loro forze verso est. Una linea di fortificazioni campali fu costruita lungo il corso della Vernavola, dal muro orientale del Parco e fino al Ticino. Il re si trasferì da San Lanfranco prima a Mirabello e poi, dal 6 febbraio, al convento di San Paolo. 

Il 4 febbraio l’esercito imperiale si accampò in vista del muro orientale del Parco. 

Nelle tre settimane seguenti i due eserciti si fronteggiarono in un susseguirsi di scaramucce, colpi di mano, incursioni soprattutto notturne e duelli d’artiglierie. In uno di questi scontri fu ferito Giovanni de’Medici. Trasportato a Piacenza con un salvacondotto per essere curato, non poté partecipare alla battaglia. 

Il tempo che passava senza alcun fatto decisivo favoriva i Francesi che, al riparo di posizioni molto forti, non accettavano la battaglia che gli Imperiali cercavano continuamente di provocare. I comandanti di Carlo V si trovavano infatti in una difficile situazione per la scarsità di viveri per nutrire le truppe e per la mancanza di denaro con cui pagare i lanzichenecchi che minacciavano di abbandonare l’esercito se non avessero ricevuto entro breve tempo il soldo dovuto. A ciò si aggiungeva la richiesta di de Leyva di agire al più presto perché la situazione dentro Pavia cominciava a farsi difficile. I lanzichenecchi rimasti senza vino e senza paga erano sull’orlo della defezione e i viveri cominciavano a scarseggiare.

L’attacco imperiale

Tra la certezza di perdere gran parte dell’esercito senza combattere o correre i rischi di una battaglia campale i comandanti imperiali scelsero la seconda soluzione. Ferdinando d’Avalos, probabilmente pensando già alla battaglia, nei giorni precedenti aveva provocato falsi allarmi nel campo francese con finti attacchi, con l’intento di ingannare il nemico al momento del vero attacco. Nel corso di queste azioni aveva avuto cura di riconoscere le posizioni francesi, i posti e i turni di guardia e di raccogliere la maggior quantità possibile di informazioni sull’esercito nemico. Egli predispose un piano basato sull’elemento sorpresa, che prevedeva di entrare nel Parco Vecchio di notte e di occupare Mirabello, alle spalle dei Francesi, per tagliare le loro comunicazioni con Milano e obbligarli così a combattere in campo aperto e in condizioni a loro sfavorevoli. L’idea del Pescara era probabilmente quella di combattere una battaglia difensiva con l’esercito schierato sulla riva destra della Vernavola, per sfruttare la potenza di fuoco degli archibugieri spagnoli, come era avvenuto alla Bicocca nel 1522. I difensori della città dovevano uscire da Pavia e prendere i Francesi alle spalle quando avessero udito due colpi di cannone, segnale convenuto per segnalare l’inizio dell’attacco. Il piano fu comunicato a de Leyva tramite un messaggero che riuscì a passare le linee nemiche. 

Poiché l’operazione si sarebbe svolta di notte fu ordinato a tutti i soldati di indossare una camicia bianca sopra l’abito per distinguersi dai nemici nell’oscurità. 

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio gli Imperiali levarono il campo, incendiarono una parte delle tende, caricarono i bagagli sui carri e si avviarono verso Lardirago per far credere ai Francesi che si stessero ritirando. L’operazione fu coperta da tre compagnie di fanteria leggera che per distrarre l’attenzione del nemico fecero rumore e tirarono qualche colpo d’archibugio. Dopo aver percorso pochi chilometri mentre il convoglio delle salmerie proseguiva verso Lardirago, l’esercito imperiale piegò a sinistra e si accostò al muro di cinta orientale del Parco Vecchio, in prossimità di Due Porte. Due compagnie di fanti spagnoli stavano lavorando per aprirvi tre brecce. Il lavoro più lungo del previsto per l’eccezionale resistenza del muro, terminò solo sul far dell’alba, in ritardo sui tempi previsti dal marchese di Pescara. Ancora prima che il lavoro fosse compiuto, suo cugino, Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, entrò nel Parco alla testa di 3.000 archibugieri spagnoli e tedeschi e puntò su Mirabello. 

I Francesi, ingannati dall’azione diversiva della fanteria leggera nemica, non si erano ancora accorti di nulla, erano convinti che gli Imperiali si stessero ritirando e si stavano preparando ad inseguire il nemico. Gli archibugieri di del Vasto raggiunsero Mirabello quando ormai stava albeggiando e sorpresero i pochi soldati che vi si trovavano e una eterogenea moltitudine di non combattenti al seguito dell’esercito francese. Sorpresi nel sonno, molti non ebbero il tempo di fuggire e furono massacrati dai soldati imperiali che misero a sacco ogni cosa. (Arazzo 1)

Frattanto anche il grosso dell’esercito imperiale, sparati i convenuti due colpi di cannone, era entrato nel Parco e puntava su Mirabello. In testa marciava la cavalleria seguita dalla fanteria spagnola e dai lanzichenecchi tedeschi di Georg von Frundsberg e Marck Sittich von Ems.

La reazione francese

Nel campo francese venne dato l’allarme. Le truppe immediatamente disponibili si disposero in ordinanza da battaglia e l’artiglieria campale si mosse per prendere posizione. Il re e 800 gendarmi con il loro seguito, un totale di circa 2.500 cavalieri, si disposero sulla sinistra, verso la Vernavola; la Banda Nera, forte di 4.000 lanzichenecchi, occupò il centro, un quadrato di circa 3.000 Svizzeri comandato dal signore di Florange si schierò a destra; questi Svizzeri nella fretta di armarsi non fecero in tempo a prendere gli archibugi; quattordici cannoni furono disposti in prima linea. Più indietro si trovava la riserva di 400 gendarmi agli ordini del duca d’Alençon, cognato di Francesco I, per averne sposato la sorella Margherita d’Angoulême; altri 5.000 svizzeri erano lontani, accampati nella zona delle Cinque Abbazie per la presenza dei monasteri di San Pietro in Verzolo, San Giacomo, Santo Spirito, San Paolo e Sant’Apollinare e non furono in grado di intervenire immediatamente. Gran parte del resto dell’esercito francese restò inutilizzato nelle posizioni attorno alla città per respingere eventuali sortite degli assediati. 

Mentre l’esercito imperiale si muoveva verso Mirabello, quello francese risaliva verso nord per intercettarlo. Gli Imperiali, constatato che la sorpresa era in parte fallita, si schierarono in ordine di battaglia con sulla destra la cavalleria, al centro il quadrato spagnolo e a sinistra i due quadrati di lanzichenecchi. Il marchese del Vasto aveva nel frattempo abbandonato la posizione a Mirabello e, ripassata la Vernavola, si era riunito al grosso dell’esercito con i suoi archibugieri. 

Di fronte all’intero esercito nemico Francesco I poteva schierare al momento non più di diecimila uomini con un’inferiorità numerica di 1 a 2 ! Restando nel campo delle ipotesi, è anche possibile che all’inizio il re avesse giudicato l’attacco imperiale solo come un’azione di retroguardia a copertura della ritirata e che solo in un secondo tempo si sia reso conto di aver contro tutto l’esercito nemico. 

L’artiglieria francese cominciò a battere i massicci quadrati imperiali. Per proteggersi dal tiro delle artiglierie i fanti si stesero a terra cercando riparo negli avvallamenti del terreno. 

Nel frattempo Francesco I aveva cominciato a muovere con i suoi gendarmi contro la cavalleria imperiale, perdendo ogni contatto con la fanteria che a sua volta restò senza il supporto della cavalleria. La carica della gendarmeria reale invase il campo di tiro dell’artiglieria francese che fu costretta a sospendere il fuoco. 

La cavalleria francese respinse quella imperiale che si ritirò in disordine. Nel combattimento Ferrante Castriota, marchese di Civita Sant’Angelo, comandante di un reparto di cavalleria leggera, fu ucciso dal re di Francia. I Francesi si fermarono per far rifiatare i cavalli, sfiancati dalla carica e dal combattimento. Francesco I era raggiante. Ormai sicuro della vittoria, alzò la celata dell’elmo e rivolgendosi a Thomas de Foix, signore di Lescun, esclamò la famosa frase: “Monsignore, adesso mi voglio chiamare Signore di Milano!”. (Arazzo 2)

Sconfitta e cattura di Francesco I

Tuttavia l’esultanza di Francesco I era prematura e la vittoria iniziale illusoria. Dopo la carica i cavalieri francesi erano isolati, senza l’appoggio della fanteria. Mentre si stavano riordinando Ferdinando d’Avalos inviò contro di loro circa 800 archibugieri spagnoli. Questi si sparpagliarono nei campi e si appostarono tra la vegetazione e da breve distanza rovesciarono sui sorpresissimi gendarmi francesi una fitta grandine di piombo. Gli Spagnoli impiegavano anche archibugi di nuovo modello, più lunghi, pesanti e potenti dei normali archibugi, in grado di forare con facilità le armature dei cavalieri. Per questi ultimi fu il disastro. Impotenti contro un nemico molto mobile e ben addestrato che non potevano raggiungere, impossibilitati a reagire e a difendersi, i cavalieri cominciarono a cadere, molti trascinati a terra dalla caduta dei loro destrieri. I fanti si gettavano quindi sui cavalieri caduti e li uccidevano con un colpo d’archibugio dopo aver infilato la bocca della canna nelle fessure dell’armatura. La cavalleria imperiale che, non essendo stata inseguita, aveva potuto riordinarsi, si unì al combattimento. 

Le sorti della battaglia stavano intanto volgendo a favore degli Imperiali anche al centro e sulla sinistra, dove i fanti ripresero l’ordine di battaglia e avanzarono per affrontare le fanterie nemiche.

Il primo scontro avvenne tra i due grandi quadrati di picchieri tedeschi, i lanzichenecchi, e quello della Banda Nera. I lanzichenecchi imperiali erano appoggiati da una schiera di archibugieri spagnoli. Quando le formazioni avversarie si trovarono di fronte si inginocchiarono per pregare prima del combattimento. I primi ad alzarsi furono circa duecento archibugieri della Banda Nera che avanzarono di dieci passi fuori dal loro quadrato e aprirono il fuoco, senza però causare perdite perché, armati con archibugi di vecchio modello, privi di congegno meccanico di sparo, non potevano prendere con cura la mira, dovendo reggere l’arma con la mano sinistra e con la destra accendere la polvere da sparo nel focone per mezzo di una miccia avvolta attorno a un bastoncino. Gli Spagnoli, dotati di modelli più recenti di archibugi, a bottone, a leva, a grilletto, che consentivano di tenere l’arma con due mani e mirare, si alzarono a loro volta e aprirono un fuoco nutrito e organizzato che aprì larghi vuoti nelle file avversarie. 

Il marchese di Pescara decise di prendere parte al combattimento, montato su un grande cavallo da battaglia chiamato Mantovano, che gli era stato donato dal marchese di Mantova. Dopo un accanito e feroce scontro la Banda Nera, in inferiorità numerica di quasi tre a uno, fu sterminata.. Quasi tutti i suoi componenti caddero nella mischia, compresi i suoi comandanti, Richard de la Pole ex duca di Suffolk e Francesco di Lorena. (Arazzo 3)

Gli Spagnoli fronteggiarono a loro volta gli Svizzeri di Florange. Già impressionati dalla sorte toccata alla Banda Nera e fatti segno da un nutrito fuoco di archibugi, gli Svizzeri si persero d’animo e si sbandarono. 

Mentre il suo esercito veniva annientato Francesco I aveva continuato a battersi con disperato coraggio. Alla fine, comprese che ogni ulteriore resistenza era inutile e cercò scampo con la fuga per salvare la vita o evitare la prigionia. Si diresse verso il muro divisorio del Parco, probabilmente per cercare una via d’uscita verso Milano, tenuta dai Francesi. Arrivato nei pressi della cascina Repentita, un colpo di archibugio gli abbatté il cavallo ed egli fu trascinato a terra restando intrappolato con la gamba sinistra sotto il suo destriero ormai morente. Tre cavalieri spagnoli, Diego de Avila, Juan de Urbieta e Alonso Pita da Veiga, gli furono addosso e lo fecero prigioniero. Poco dopo sopraggiunse Carlo di Lannoy che ricevette la resa formale del re di Francia. (Arazzo 4) 

Quanto al duca d’Alençon, ritenuta ormai persa la giornata, anziché intervenire in aiuto di Francesco I, aveva ritenuto più saggio ritirarsi con i suoi cavalieri verso sud e aveva attraversato il Ticino sul ponte di barche gettato dai Francesi a valle di Pavia durante l’assedio. 

L’andamento della battaglia si era dunque completamente capovolto. La vittoria che Francesco I aveva ritenuto sicura poco prima, si era tramutata in una disastrosa disfatta. A battaglia ormai decisa alla sconfitta della Banda Nera e del quadrato svizzero di Florange, seguì quella del secondo quadrato svizzero forte di circa 5,000 uomini. Provenienti dal loro campo a est di Pavia, questi Svizzeri furono attaccati alle spalle dalle truppe di Antonio de Leyva che, uscito dal castello Visconteo, aveva superato la resistenza delle bande di Gìovanni de’Medici, e affrontati frontalmente dalle truppe imperiali che scendevano vittoriose da nord. Scossi e incerti, vista persa ogni speranza, gli Svizzeri si rifiutarono di combattere, gettarono a terra le armi e cercarono scampo nella fuga dirigendosi a sud, verso il Ticino, che speravano di attraversare sul ponte di barche già utilizzato da Alençon. (Arazzo 5)

Quest’ultimo però, dopo essersi messo in salvo, aveva fatto distruggere il ponte. Insieme a lui erano riusciti a salvarsi alcune migliaia di soldati italiani e francesi che avevano fatto in tempo a passare il fiume o che si trovavano già sulla riva destra del Ticino. (Arazzo 6)

Non sapendo dove fuggire, molti Svizzeri furono trucidati dagli inseguitori, altri, disperati, cercarono scampo dal ferro spagnolo gettandosi nelle gelide acque del Ticino dove molti, non sapendo nuotare, annegarono travolti dalla forte corrente. (Arazzo 7)

La battaglia si concluse con l’inevitabile e tanto desiderato saccheggio del campo francese da parte dei soldati imperiali e dei civili al loro seguito. (Arazzo 5)

Il trionfo imperiale

La battaglia, durata meno di due ore, si era conclusa con un trionfo imperiale di dimensioni straordinarie. Oltre alla cattura del re, evento di per sé clamoroso e comunque decisivo per le sorti non solo della battaglia ma anche della guerra, la vittoria era completata dalla totale disfatta dell’esercito francese che perse tra gli 8.000 e i 10.000 uomini, morti o feriti. Tra i primi vi erano Guillaume Gouffier, signore di Bonnivet, Jacques de Chabannes, signore de la Palice, Louis II de la Tremoille, Galeazzo Sanseverino, Gran Scudiero di Francia, e numerosi altri cavalieri. I prigionieri erano migliaia. Tra essi, oltre al re di Francia, vi erano anche Enrico II d’Albret re di Navarra e molti altri importanti personaggi. 

Le perdite imperiali assommavano a circa 500 uomini. 

Dopo la cattura Francesco I fu portato prigioniero al convento di San Paolo. Due giorni dopo fu trasferito a Pizzighettone e da lì in Spagna. 

Dei personaggi illustri catturati alcuni pagarono in seguito forti somme di denaro per riscattarsi. Qualcuno, come Enrico di Navarra, riuscì a fuggire. I cavalieri meno abbienti che non avevano i mezzi per pagare il riscatto e i comuni soldati furono disarmati e lasciati liberi di tornare in patria. Questi ultimi vi arrivarono in pochi, specialmente gli Svizzeri, in gran parte assaliti e trucidati dai contadini lungo il cammino. 

I corpi dei morti ebbero destini diversi. Il giorno dopo i cadaveri dei cavalieri più importanti furono raccolti dagli Spagnoli e dai Tedeschi e portati al monastero di San Paolo. Qui furono eviscerati e cosparsi di aloe e altri oli e riempiti di erbe aromatiche per ritardarne la putrefazione ed essere trasportati in Francia, dopo avere pattuito il prezzo del riscatto con i loro segretari al loro seguito. I due comandanti più illustri della Banda Nera, Richard de la Pole e Francesco di Lorena, furono sepolti nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Le tombe sono scomparse. 

Della massa dei morti “comuni” si hanno poche notizie. Francesco Taegio, cronista dell’assedio e della battaglia, ci informa che i cadaveri degli uccisi erano sparsi attorno a Pavia. Con il passare dei giorni, per timore di epidemie, si provvide alla loro sepoltura, probabilmente in fosse comuni. Circa un mese e mezzo dopo la battaglia un centinaio di corpi trasportati dalle acque del Ticino e poi del Po, arrivarono sulle spiagge di Malamocco, nella laguna veneta.

Dopo Pavia

La battaglia di Pavia pose termine alla guerra solo momentaneamente. Nel gennaio del 1526 Francesco I in cambio della libertà dovette accettare il trattato di Madrid in base al quale doveva cedere il Ducato di Milano, la Borgogna e altri territori e rinunciare a ogni pretesa sul Regno di Napoli. Ritornato in Francia nel mese di marzo Francesco I rifiutò di ratificare gli accodi di Madrid in quanto imposti mentre era in prigionia. Il 22 maggio 1526 la Francia stipulò la Lega di Cognac con il Papato, Venezia , Firenze e Milano, ossia gli Stati italiani spaventati dalla crescente potenza imperiale. La guerra riprese, ci furono altre battaglie, l’Italia fu nuovamente percorsa da eserciti stranieri, Roma e la stessa Pavia furono devastate e saccheggiate ma lo scenario strategico generale delineato dalla battaglia di Pavia non subì mutamenti. Il 5 agosto del 1529 Francia e Spagna stipularono la pace Cambrai. Francesco I cedeva a Carlo V il Ducato di Milano, rinunciava alle pretese sul Regno di Napoli ma conservava la Borgogna. Nel novembre del 1529 Carlo V si incontrò a Bologna con papa Clemente VII. L’imperatore, arbitro assoluto della situazione politica italiana Italia, impose il suo potere e il suo volere con la stipula di un’alleanza perpetua tra Impero, Chiesa e Stati italiani. Il 22 febbraio si fece incoronare da Clemente VII re d’Italia e due giorni dopo, il 24 febbraio, quinto anniversario della vittoria di Pavia, imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica., Alla fine del 1535 alla morte di Francesco II Sforza, che governava per concessione dell’imperatore, il Ducato di Milano passò nelle mani di Carlo V che lo donò in seguito al figlio Filippo d’Asburgo, futuro re di Spagna. 

La dominazione spagnola sulla Lombardia durò fino agli inizi del XVIII secolo quando fu sostituita da quella austriaca.



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