Mentre il suo esercito veniva annientato Francesco I aveva continuato a combattere con disperato coraggio. Alla fine il re comprese che ogni resistenza era inutile e cercò di salvare la vita o evitare la prigionia tentando la fuga. Si diresse verso il muro divisorio del Parco, forse nel tentativo di uscirne da Porta Roveri o dal Cantone delle Tre Miglia e raggiungere Milano, in mano ai Francesi. Arrivato nei pressi della cascina Repentita, il suo cavallo fu ferito mortalmente e Francesco I fu trascinato a terra restando con la gamba sinistra immobilizzata sotto il destriero.
Tre cavalieri spagnoli, Juan de Urbieta, Diego de Avila e Alonso Pita da Veiga, gli furono subito addosso e lo fecero prigioniero.
Nell’opera di Bressani è raffigurata la scena che ritrae tre cavalieri imperiali che aiutano il re a liberarsi dal peso del cavallo ormai morente.
La leggenda narra che il re, ferito leggermente a una mano, stanco e affranto per la sconfitta, subito dopo essere stato catturato, fu portato alla cascina Repentita. Qui una contadina gli servì una zuppa improvvisata con gli ingredienti che aveva a disposizione: un po’ di brodo, un uovo e del pane raffermo.
La zuppa, con il nome di “zuppa alla pavese”, divenne famosa grazie a questo episodio. Il re fu quindi portato al convento di San Paolo, dove scrisse la famosa lettera alla madre il cui contenuto è condensato nella famosa frase “tutto è perduto, fuorché l’onore e la vita”. Due giorni dopo la battaglia, fu tradotto a Pizzighettone e poi trasferito in Spagna.