Questi archibugieri imperiali sono raffigurati nel secondo arazzo mentre precedono la massa dei picchieri. Sono armati con archibugi a miccia, da anni diffusi in tutti gli eserciti. Gli Spagnoli, soprattutto, li impiegavano in gran numero per una precisa scelta tattica.
Nella battaglia di Pavia l’archibugio fu l’arma vincente, segnando di fatto il passaggio dalla guerra medievale a quella moderna. Pavia sancì infatti il trionfo della tecnologia, rappresentata dalle armi da fuoco, sulla cavalleria pesante feudale, armata di lancia, spada e mazza.
L’archibugio era un’arma lunga circa un metro o poco più, che sparava palle di piombo del peso di circa 20 grammi a una distanza utile di circa 50 metri. A Pavia furono impiegati anche archibugi di nuovo modello, più pesanti e potenti di quelli ordinari, che si impiegavano appoggiandoli a una forcella.
L’archibugio era un’arma ad avancarica ad anima liscia. Le parti della canna erano lo scodellino, una sporgenza concava nella sua parte inferiore, munito di un coperchietto girevole e il focone, un forellino che metteva in contatto lo scodellino con l’interno della canna. Le parti meccaniche erano costituite dalla serpentina, una barretta a forma di serpe (o S rovesciata) con due morsetti che fermavano la miccia e la leva o il grilletto che azionavano la serpentina.
Il caricamento dell’arma aveva una sequenza ben precisa. Per prima cosa si immetteva nella bocca della canna la carica di polvere, che era contenuta in cilindretti di metallo appesi a una bandoliera sulla spalla sinistra, chiamati in gergo militare “apostoli”e la si pressava con alcuni colpi di bacchetta; si metteva quindi la borra, di carta o di stoffa o di paglia, che veniva a sua volta pressata. Fatto questo si introduceva la palla di piombo, seguita da altra borra e si pressava ancora il tutto. Si apriva quindi lo scodellino e lo si riempiva di polvere nera. Richiuso lo scodellino, si posizionava la miccia accesa nella serpentina. Si apriva lo scodellino e, facendo pressione sulla leva o tirando il grilletto, si abbassava la serpentina che portava la punta della miccia a contatto con la polvere nera che, una volta accesa, innescava la polvere contenuta nella canna facendo partire il colpo.
Tutta l’operazione di caricamento per quanto sembri lunga e complicata in realtà con un soldato ben addestrato richiedeva circa un minuto.
L’archibugio non era un’arma precisa ma era comunque molto efficace se usato in massa.
Qui vogliamo soffermarci e fare un’importante digressione in onore dell’industria Beretta, azienda con una lunga storia documentata. All’industria Beretta fa infatti riferimento un documento del 3 ottobre 1526 relativo alla fornitura di 185 canne d’archibugio alla Repubblica di Venezia. Forse la Serenissima stava armando le sue truppe dopo la stipula della Lega di Cognac il 22 maggio 1526 con Francia, Papato, Firenze e Milano. Questa fornitura fa ipotizzare una produzione semi-industriale di armi già nel corso del primo quarto del XVI secolo che annovera e posiziona l’azienda, grazie alla documentazione risalente a quegli anni, tra le aziende a tradizione familiare di più lunga data in Italia e non solo.