Il 24 febbraio 1525, in un lembo di Lombardia che fu cuore della civiltà longobarda e poi faro dell’intelligenza medievale e rinascimentale, si combatté una delle battaglie più decisive della storia d’Europa. La Battaglia di Pavia non fu soltanto uno scontro militare, ma un terremoto epocale che sconvolse le fondamenta geopolitiche, tecnologiche e simboliche del continente. Fu lì che l’arma da fuoco infranse il mito della cavalleria, che il popolo colpì al cuore la nobiltà, che la modernità sparò il suo primo colpo. E fu da lì che l’Italia, grande culla di civiltà, cominciò il suo lungo declino politico.
A cinquecento anni esatti da quell’evento Pavia non è solo luogo della memoria, è uno specchio del presente. Come allora anche oggi viviamo un’epoca in cui le placche tettoniche della storia si muovono, ci scopriamo nel mezzo di un “tempo scardinato”, per citare Shakespeare – time is out of joint – come fa lo stesso Giulio Tremonti, presidente del Comitato per il Cinquecentenario della Battaglia di Pavia. Il suo sguardo sul presente non è solo colto e penetrante, è anche necessario.
Perché Giulio Tremonti non è soltanto uno dei protagonisti della vita politica ed economica italiana degli ultimi trent’anni. Professore ordinario di diritto tributario, editorialista dal pensiero indipendente, più volte Ministro dell’Economia in momenti di massima crisi internazionale, Tremonti è un pensatore che sa unire teoria e pratica, riflessione storica e azione concreta. Ha scritto libri che hanno anticipato le grandi crisi del nostro tempo (Il fantasma della povertà, Rischi fatali, La paura e la speranza, Mundus furiosus). È stato tra i pochi a denunciare, con largo anticipo, i limiti di una globalizzazione senza regole, l’illusione tecnocratica dell’Europa, il disarmo della politica occidentale di fronte al ritorno della storia.
Non è un caso che sia proprio lui, oggi, a guidare le celebrazioni di un evento come la Battaglia di Pavia. Perché Tremonti conosce il passato, conosce il potere, le sue fragilità, e soprattutto intuisce ciò che si muove sotto la superficie del presente. Parla dell’Europa, della guerra, della tecnica, della finanza e dell’identità con una lucidità rara, senza paura di smascherare i vuoti rituali dell’establishment, senza rifugiarsi in facili nostalgie.
Ci mostra come il Cinquecento e il nostro tempo, per quanto distanti, siano segnati dagli stessi traumi fondativi e ci avverte che non usciremo dal “tempo scardinato” senza una nuova élite consapevole, senza uomini forti in grado di affrontare tempi tragici con coraggio, visione e responsabilità.
Professore, lei, paragonando i tempi della battaglia di Pavia con i nostri, ha scritto “time is out of joint”, citando Shakespeare. Il tempo è scardinato, fuori dai cardini della storia. Quali analogie vede tra il Cinquecento e l’epoca drammatica che stiamo vivendo?
«La battaglia di Pavia è un evento del ’500. E il tempo che viviamo, all’inizio di questo millennio, è simile a quello della metà del millennio scorso.
È più o meno in quel secolo che Shakespeare, nell’Amleto, scriveva time is out of joint — il tempo è scardinato. Out of joint è anche il tempo che viviamo oggi.
Nel ’500 ci sono stati quattro fatti rivoluzionari. Il primo: la scoperta dell’America, che ha spostato l’asse geopolitico dal Mediterraneo all’Atlantico, portando al declino delle nostre gloriose repubbliche marinare. Nascono gli Stati nazione, emergono nuove religioni, più business friendly e adatte allo sfruttamento dei nuovi spazi atlantici.
Il secondo fatto rivoluzionario è l’invenzione della stampa. Prima il sapere era chiuso, controllato e tramandato nei monasteri, come nel Nome della rosa. Con la stampa a caratteri mobili si libera il sapere: da Aristotele e Tolomeo si passa a Copernico e Galileo, e poi a Cartesio, con il suo cogito ergo sum, che pone le basi della scienza moderna.
Il terzo fatto è il primo default finanziario globale: la Spagna fece default sei volte consecutive.
Il quarto fatto: la guerra arriva da est. Dopo la presa di Costantinopoli, i musulmani arrivano a Vienna. Erasmo e Lutero sollevano l’allarme. È da allora che la parola “Europa” entra nel linguaggio comune.»
Se ci spostiamo a guardare al presente, quali sono secondo lei i fenomeni rivoluzionari paralleli a quelli che ha elencato che ci stanno trasformando?
«Primo: la scoperta economica e politica dell’Asia, in particolare della Cina.
Secondo: il passaggio da cogito ergo sum a digito ergo sum. La Rete è il nuovo oceano da esplorare, una modernità artificiale.
Terzo: il rischio di una crisi finanziaria globale. La massa globale di fiat money è sconfinata. Ricordo: i debiti non sono un problema, finché non lo diventano.
Quarto fatto è la guerra, che si stende dall’Ucraina al Mar Rosso, di fatto una guerra in difesa di altri mondi in opposizione al nostro.
La differenza con il passato è nei tempi. Il ’500 vide una cascata di fenomeni che ha occupato un secolo e più. Oggi tutto è avvenuto in soli trent’anni: caduta del Muro di Berlino (1989), nascita del WTO (1995), ingresso dell’Asia nello scenario globale (2001), crisi finanziaria (2008).
Era doveroso capire che saremmo entrati in questa fase. Già nel 2016, nel mio Mundus Furiosus, avevo previsto la rottura dello schema globale. La globalizzazione è nata come utopia mercatista, un’idea cioè di mercato come fabbrica del bene superiore: non più liberté, égalité, fraternité, ma globalité, marché, monnaie.»
La Battaglia di Pavia fu una svolta insieme militare e simbolica. Cosa rappresenta per lei nel contesto storico e culturale europeo?
«A Pavia avviene una rottura rivoluzionaria in un secolo rivoluzionario. La battaglia del 1525 fu tale non solo perché l’arma da fuoco sconfisse l’arma bianca, ma perché fu il popolo a battere la nobiltà.
Oggi, con la guerra in Ucraina, assistiamo a una trasformazione accelerata dalla tecnologia. È troppo presto per definirla compiutamente, ma la dimensione della guerra è cambiata e sta cambiando.
Dopo la Battaglia di Pavia inizia il caos. Qualche anno dopo avviene il sacco di Roma. Il ’500 è la fine dell’Italia. E non è per caso che in quel secolo nascono le maschere: la disperazione di un popolo un tempo grande trova consolazione nella comicità. Nasce il Seicentismo che Croce legge come reazione estetica alla decadenza.
Ogni riferimento ai governi tecnici è puramente causale. E anche ogni riferimento alla sostituzione della politica con i tecnici.»
Lei ha spesso parlato di cicli storici, anche in riferimento alla Battaglia di Pavia. Dove ci troviamo oggi in questo ciclo?
«Tempi tragici portano uomini forti.
Basta tornare al 1957, quando si firmò il Trattato di Roma: chi firmava allora erano uomini forti, usciti da tempi drammatici.
Ma uomini forti creano tempi facili. E i tempi facili generano uomini deboli. Gli uomini deboli creano tempi tragici. È la fase in cui ci troviamo ora.
La Commissione Europea oggi dice: “Abbiamo scoperto la bussola”, il riarmo. Ma dov’erano negli ultimi trent’anni?
Non si affida la soluzione dei problemi a chi li ha causati, spesso ignorandoli. Anche ora, tra dichiarazioni altisonanti, prosegue la solita regolamentazione minore europea. Solo nei primi tre mesi del ’25 abbiamo avuto norme sulle viti senza capocchia, sulle lavatrici per uso domestico e lavasciuga biancheria, sui certificati per gli strumenti musicali, sulla polvere di larve intere, sugli idrocarburi policiclici aromatici, sui bersagli di argilla da tiro a segno, sul carminio di indaco come additivo per mangimi destinati a gatti, cani e pesci ornamentali.
L’Europa resta il continente più regolato del mondo, e dunque il più bloccato.
Se Marconi operasse oggi, finirebbe in galera: per violazione dei codici del lavoro, fiscale e della navigazione.»
Nel suo libro Rischi fatali del 2005, lei aveva già indicato i limiti strutturali dell’Europa nella globalizzazione. Cos’è mancato in questi vent’anni?
«In quel libro usavo l’immagine dei giardinieri che coltivano la serra senza rendersi conto che i vetri vengono rotti da fuori. Non è l’Europa che è entrata nella globalizzazione, ma la globalizzazione che è entrata in Europa, trovandola impreparata.
Le nostre imprese si trovano in una situazione in cui c’è il divieto di aiuti di Stato, l’antitrust, e così via, ma sono costrette a competere con imprese di paesi in cui gli aiuti di Stato sono la regola e non esiste l’antitrust.
Quel libro è del 2005. Da allora, non è avvenuto nulla.»
Come uscire, oggi, da questa situazione? Ci sono ancora le condizioni per una riscossa europea?
«Ci vorrebbero gli uomini. Quando c’è stato il passaggio da Draghi a Lagarde, a Francoforte c’erano in platea i capi di Stato e di governo europeo ad applaudire i banchieri.
Lei avrebbe visto Adenauer, De Gaulle o De Gasperi applaudire dei banchieri?
Questo è il tempo presente.
Dovrebbero emergere uomini forti, dato che i tempi sono drammatici. È un auspicio.»
A cura di Paolo Gambi
Presidente: Giulio Tremonti
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