Facciamo qualche domanda a Giò Martorana, il cui curriculum artistico suona come un canto di guerra che lo annuncia.
Si muove con naturalezza tra la fotografia di moda, il reportage, la pubblicità e il ritratto, costruendo nel tempo un linguaggio visivo riconoscibile. Nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi marchi di moda e abbigliamento, tra cui nomi iconici come Louis Vuitton, e i suoi scatti hanno trovato spazio sulle pagine di riviste internazionali del calibro di Vogue, Elle, Harper’s Bazaar, GQ e Marie Claire. Le sue opere sono state esposte in città simbolo dell’arte e dello stile come Milano, New York, Parigi, Berlino, Montecarlo e Tokyo. Ha inoltre firmato numerosi libri fotografici con diversi editori, coronando questo percorso con il prestigioso Premio UNESCO ricevuto nel 1999.
L’occhio del fotografo cosa avrebbe immortalato quel giorno a Pavia?
“Avrei immortalato innanzitutto Pavia, che è bellissima già dal punto di vista architettonico. Pavia è sempre stata un centro molto importante sin dai romani, un centro intellettuale, in cui hanno vissuto anche Volta, Einstein. Se però penso alla Battaglia penso al movimento, ai cavalli, ai gesti. Penso a tutto quello che crea la battaglia, al coraggio, alla paura, agli sguardi. Penso in maniera cinematografica, non in maniera statica. La fotografia ha la sensibilità di chi scatta e di chi guarda. Un video ha invece il tempo del regista e un’immagine può fartela vedere per un istante o per trenta secondi. Se penso alla Battaglia di Pavia penso al dinamismo, come in tutte le battaglie: anche quando le studi a scuola, pensi al concetto di cavalleria. Penso ai disegni della battaglia di Anghiari di Leonardo. Penso al gesto di un braccio, ai luoghi, allo spazio, allo schieramento, anche alla dinamica dello schieramento dei soldati e alla grafica, alla composizione della battaglia. Pensiamo ai pittori che hanno documentato le battaglie, come Paolo Uccello. La battaglia è un movimento continuo, un dinamismo che porta alla morte, alla vittoria, a movimenti estremi. E poi penso al fragore. Quelli che dovevano essere i movimenti dello scontro, spesso accompagnati dalle trombe e dai tamburi. Tutto questo la rendeva fragorosa, anche per scoraggiare il nemico, per creare quell’immensa confusione in cui i guerrieri si perdevano e non capivano più da che parte stavano. Anche questo era un elemento di grandissima drammaticità”.
La battaglia è strettamente collegata al tema dell’eroe, che ti è molto caro...
“Certo, ovviamente come in tutte le battaglie emerge l’eroe. L’eroe è la persona che ha un grande coraggio, che ha un cuore impavido, che trascina, che porta avanti e infonde coraggio a tutti gli altri e salva le persone che sono cadute. Ed è la persona che ti fa vincere la battaglia.”
Quel giorno dove ti saresti posizionato?
“In prima fila. Per raccontare un evento devi esserne parte. Se devi scattare delle immagini devi essere dentro, non puoi stare lontano da un punto di vista che non sia il centro dell’evento. Come faceva Robert Capa, che si faceva paracadutare fra i primi dieci. Per raccontarle con grande maestria bisogna essere là dove accadono le cose”.
A cura di Paolo Gambi